L’arte di Edoardo Cravero, innamorato della luce discreta dai toni
nebbiosi della sua Torino, può trovarsi in una posa lieve e leggera
come un corpo di quasi-tulle, in un involucro vaporoso da cui il
corpo è magicamente fasciato.
Cravero pare infatti aver trovato proprio nella danza il tema
iconografico a lui più congeniale che esprime una nuova forma di
corporeità ma soprattutto l’anima che da quest’ultima, come per
soffio vitale, promana: corporeità e anima sempre colte nel
dinamismo senza fine della danza o nell’immortalamento di una
posa.
La tecnica usata da Cravero è oltremodo interessante e particolare:
partendo dai negativi originali l’autore stampa le immagini su una
tela gessata preparata con una stesura di emulsione fotografica,
che rende le figure, tutte rigorosamente in bianco e nero ancora
meno nette nei loro contorni e quasi tendenti al limite dello
scorporamento.
Con ulteriore intimismo Cravero ci presenta, oltre alle splendide
leggerezze effimere sul palco, anche una cospicua serie in cui pare
quasi che una ballerina, all’interno delle mura domestiche provi pose.
Le trasparenze accattivanti tramite giochi di tulle e nudità.
Quasi tutta la vetrina di tele dunque, coglie la momentaneità di
gesti che sono comunque sempre danzati, sebbene non sempre di
danza palese si tratti, ma piuttosto di zone a lei limitrofe. Insomma
forse più di parvenze, cenni e accenni di danza come per cogliere
l’anima danzante che è nel mondo.
La ballerina (ma anche il ballerino) sarà allora, come ci suggerisce
Jeanloup Sieff, una sorta di madelaine di proustiana memoria, ma
della danza, o dell’essenza del movimento e della grazia, che aprirà
le soglie della leggerezza e la richiuderà discretamente, una volta
lasciati il palcoscenico e le luci della ribalta, per ritornare dietro le
quinte.
O dietro alle porte della propria casa a danzare nuovamente
in vellutata serica penombra davanti al suo specchio. |
Il lavoro presentato nella mostra deriva da un reportage di viaggio
inizialmente realizzato per i cataloghi di un Tour Operator torinese e
poi ampliato.
La mostra “10 giorni a Pechino” rappresenta l’anteprima di un più
ampio lavoro che prevede una vasta esposizione di gigantografie,
un audiovisivo fotografico e la realizzazione di un libro.
Il materiale esposto è stato selezionato tra oltre 4.000 scatti
effettuati nelle città di Pechino, Shanghai, Shuzhou, Hanghzhou e il
sito di Simatai. Qui si trova una lunga porzione della Grande
Muraglia aperta di recente al turismo.
Parte del materiale (quello relativo al Palazzo ’Estate) è stato
pubblicato sulla testata femminile “ELLE”.
Le stampe e le gigantografie sono realizzate partendo da pellicola
invertibile a bassissima sensibilità e alta definizione per ottenere i
migliori risultati possibili sia su pubblicazioni che su grandi formati.
I soggetti sono soprattutto paesaggi urbani, tipici giardini e parchi
cinesi, architetture, paesaggi e ritratti. Il lavoro nel suo complesso
mostra, al primo impatto, il contrasto tra la cura e il mantenimento
delle tradizioni e l’altissima tecnologia impiegata nelle nuove e
avveniristiche costruzioni che ben poco hanno a che vedere con gli
enormi edifici del periodo maoista.
Un viaggio in Cina è un incontro con l’immensità, nella profondità
delle tradizioni, nella grandiosità mozzafiato dei paesaggi, nel
sorprendente utilizzo delle tecnologie più d’avanguardia. |